Popolo ebraico, nostro fratello maggiore
Giovedì 4 febbraio scorso, Silvio Berlusconi in visita in Israele è stato ricevuto alla Knesset, il
Parlamento israeliano, simbolo massimo della democrazia in quella terra, un tributo riservato a
pochi, in passato a George Bush, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy.
Da parte sua, Benjamin
Netanyahu, primo ministro israeliano, non ha mancato di sottolineare l’importante legame di
amicizia che stringe i due paesi riconoscendo nel nostro presidente del Consiglio un valido amico e
coraggioso collaboratore, tra i migliori di questa nostra Europa purtroppo votata al politically
correct, i cui capi di Stato mostrano continui segnali di pericolosa connivenza con i paesi nemici
d’Israele e con le loro ideologie diaboliche.
Possiamo riconoscere con grande franchezza che la visita di Silvio Berlusconi è stata un vero
successo politico e diplomatico. Per cinque volte nel suo discorso ha ripetuto “Stato ebraico” e ha
chiaramente manifestato il suo orrore per il negazionismo iraniano.
Tutto questo, come italiani, ci fa onore. Per combattere la tremenda spirale di violenza e di odio
fomentata da tanti paesi musulmani contro Israele e contro tutto l’occidente occorre avere il
coraggio di sostenere apertamente il diritto incondizionato all’esistenza di questo Stato e Silvio
Berlusconi in questo si è distinto più di tanti suoi colleghi. Si tratta di una di quelle occasioni che
confermano l’Italia, come isola della rugiada divina (in ebraico I-Tal-Ya, appunto isola della
rugiada di Dio), terra benevola e di benedizione.
Una cosa ho peraltro notato e desidero cogliere questa circostanza di successo per metterla in
risalto. Nel suo discorso visibilmente commosso, Berlusconi ha affermato che gli ebrei sono i nostri
fratelli maggiori. Si tratta di una metafora frequente –il Presidente non è certo né il primo, né
l’unico ad averla utilizzata- che tuttavia vale la pena di considerare più approfonditamente. La
comunicazione infatti per essere veramente efficace deve utilizzare un registro comune, altrimenti
rischia di dare luogo a fraintendimenti e cattivi giudizi. Non è questo il caso del nostro presidente
del Consiglio di cui non intendo assolutamente mettere in discussione la buona fede. Ma, per
mancanza di conoscenza, possiamo incorrere in spiacevoli inconvenienti. Non sempre ciò che è
buono per noi, lo è per persone di cultura diversa dalla nostra. Se per esempio invitiamo un indiano
a casa nostra, sarà bene sapere che non dovremmo offrirgli carne di bovino. In India, infatti, le
mucche sono considerate sacre. Se ci troviamo nel nostro meridione sarà opportuno chiamare un
padre papà perché se lo chiamassimo babbo, come accade per esempio in Toscana, si sentirà
insultato. Babbo, infatti, in dialetto siciliano significa scemo. A prescindere dalla buona volontà di
chi emette il messaggio, il destinatario ne sarà offeso.
Quando noi diciamo al popolo ebraico che è il nostro fratello maggiore, dovremmo sapere quale
tipo di immagine evochiamo nella sua memoria. Nella Torà (Pentateuco) infatti, i fratelli maggiori
non fanno una gran bella figura e in genere il maggiore finisce sempre per servire il minore. Il
primo episodio che sale alla memoria è quello di Esaù e Giacobbe, i due figli di Isacco. E’ scritto
nella Bibbia che per un piatto di lenticchie, il primogenito Esaù disprezzò la sua primogenitura
lasciando a Giacobbe ogni eredità e privilegio (Genesi 25).
Un altro episodio è quello di Giuseppe, figlio piccolo di Giacobbe. Giacobbe ebbe dodici figli.
Giuseppe fu l’undicesimo e Beniamino il più piccolo. Il racconto dei fratelli di Giuseppe è terribile:
per invidia e gelosia, i dieci fratelli maggiori meditarono prima di ucciderlo, poi finirono col
venderlo come schiavo ai mercanti ismaeliti che lo portarono in Egitto (Genesi 37).
Per noi occidentali, essere considerati fratelli maggiori ha solo connotazioni positive, ci sembra
quasi un titolo onorifico. Ma per un popolo biblicamente fondato come quello ebraico, il titolo ha
tutta un’altra valenza. Equivale a dire: “Tu stai per essere soppiantato ed io ti supererò”.
Spesse volte, a contatto diretto con amici ebrei, ho avvertito il loro disagio davanti a questa
espressione.
Ecco perché l’immagine che io stessa preferisco adottare rivolgendomi ad Israele è quella coniata
dall’apostolo Paolo (Romani 11). Utilizzando una bella metafora mediterranea, quella dell’ulivo,
l’apostolo sostiene che noi popoli non ebrei siamo come dei rami selvatici innestati nell’ulivo
naturale e, sottolineando l’attitudine discreta che dovremmo coltivare verso l’eredità su cui
poggiamo, Paolo afferma: “Ricordati che non sei tu a portare la radice, ma è la radice che porta te”
(Ro. 11, 18). Più che nostro fratello maggiore, Israele allora è la nostra radice.
Shalom a tutti, Silvia Baldi Cucchiara.







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