SACRALITA' DELLA VITA - In stato vegetativo "parla" con il pensiero
Nei mesi scorsi molti si sono accaniti a definire i pazienti in stato vegetativo come dei "non pensanti". Oggi un team anglo-belga ha aperto una prospetttiva sulal bioetica molto profonda. Un uomo in stato vegetativo "parla" con la mente.
La vicenda è presto detta: Adrian Owen, dell'Unità di ricerca cognitiva di Cambridge e Steven Laureys dell'Università di Liegi hanno monitorato il cervello di un giovane in coma da sei anni. Il ragazzo, ventinove anni, ha subito danneggiamenti cerebrali irreversibili a causa di un incidente stradale, in una modalità che ricorda quella di Eluana Englaro, rimasta in stato vegetativo per diciassette anni proprio in seguito ad un incidente.
Owen e Laureys hanno utilizzato, per questa ricerca, la "functional Magnetic Resonance Imaging". Che in pratica sarebbe una tecnica che, ricorrendo all'hi-tech medico, riuscirebbe a scandagliare le attività cerebrali catturando qualcosa che nacora esiste.
Tramite questa sofisticata tecnica si sono mandati degli impulsi al cervello di questo giovane. In tali onde elettromagnetiche erano contenute due situazioni reali, alle quali il malato era invitato a rispondere con due sì e due no. Le domande erano semplici domande biografiche(sul nome del padre o sui propri fratelli) Il risultato è che il giovane ha risposto correttamente.
Il risultato di questa ricerca è stato pubblicato sul New England Journal of Medecine. Ovviamente questo riapre il dibattito sullo "staccare la spina".
Il fatto importante legato a questa ricerca scientifica è la dimostrazione che un paziente in stato vegetativo conserva ancora la propria coscienza, contrariamente a quanto si è sostenuto finora. Ci ricordiamole polemiche sul caso Englaro, quando si era arrivati a considerare un malato in stato vegetativo quasi alla stregua di una "cosa". Dopo questa ricerca molte cose potrebbero cambiare.
Secondo alcuni esperti la comunicazione con un paziente in stato vegetativo è una cosa "rarissima". Ma secondo James Bernat, neurologo della Dartmouth Medical School "questa tecnica nelle mani di questi ricercatori ci hanno aperto una finestra nella coscienza umana e che si aggiunge agli strumenti diagnostici attualmente in uso'' come ha detto al New York Times. Laureys spera "di sviluppare questa tecnica per consentire ai pazienti di esprimere i propri sentimenti e pensieri, controllare l'ambiente in cui si trovano e migliorare la loro qualita' di vita''.







