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SACRALITA' DELLA VITA - L’opera, di Madre Teresa di Calcutta, è la certezza assoluta della sacralità della vita (I/II)

Madre Teresa di Calcutta è nata cento anni fa. L'opera della piccola santa albanese rifulge tuttoggi come splendido esempio di dedizione al prossimo, secondo i comandamenti di Gesù
Aleks Kapllaj (Giornalista)

Sono stati scritti tanti libri per la figura della Missionaria della Carità, più grande dell’ ultimo secoli, ma mai sarà abbastanza, perché è straordinaria ed immensa  l’opera e la testimonianza umana al servizio di quelli che lei definiva “i più Poveri tra i più poveri”, nei quali ebbe la grande fede di vedere incarnato Gesù. Tale fede la portò a servirli con una generosità che le fece dimenticare se stessa , rendendola inspiegabilmente felice, di una felicità tutta interiore e silenziosa.



LA VOCAZIONE E LA FAMIGLIA
 Quasi 100 anni fa, a Skopje ( oggi Macedonia) il 27 agosto del 1910, in una famiglia d’origine albanese nacque Madre Teresa di Calcutta, al secolo Gonxha (Agnese) Bojaxhiu. “Sono nata in Albania. Per sangue e origine sono albanese. Ho la nazionalità indiana. Sono una religiosa cattolica. Per la mia vocazione, appartengo al modo intero. Il mio cuore appartiene interamente al Gesù”- diceva la Missionaria della carità, Madre Teresa di Calcutta. La terza figlia di Drane Bernaj e Nikolle Bojaxhiu, era preceduta da una sorella Aga (1904) e un fratello, Lazar (1907). La famiglia della futura Beata, era considerata benestante, per la concezione del benessere di quei tempi di i Balcani. Tutti i paesi balcanici, ma in particolar modo l’Albania, usciva dal dominio ottomano sei secolare, devastato e distrutto. La popolazione cristiana, composta dai cattolici e ortodossi erano sopravissuti alla sottomissione dei turchi in minoranza( 33%). I cattolici
 albanesi, durante e subito dopo la caduta dell’Impero Ottomano, abitavano tra le Alpi dell’Albania, Montenegro e il Kosovo. Solo in quelle zone isolate e protette dalle montagne, si potevano conservare la lingua, le tradizioni e soprattutto la fede in Gesù. I turchi colpirono la fede tramite il veto della lingua, indirettamente voleva distruggere l’identità nazionale fino a quei tempi identificata principalmente dalla religione, oltre la lingua, le tradizioni e la figura eccezionale dell’eroe nazionale, il difensore del cristianesimo (dal 1443 al 1468) Gjergj Kastrioti (Skanderbeg) nominato l’Atleta di Cristo. Proprio, da queste zone erano anche i genitori della Madre Teresa. Il padre Nikolla, era di Mirdite ( Albania) e la madre dal Kosovo, in un paesino nella parte confinante con l’Albania. Trasferitesi a Skopje, Nikolle, aveva aperto un magazzino di materiali da costruzione in società con un italiano. Nei sui ricordi, la Missionaria,
 ricorda sempre che la sua famiglia era molto unita e felice. Ecco come descriveva lei stessa il suo ambiente famigliare nel quale era cresciuta la futura Madre Teresa: “Eravamo molto uniti, specialmente dopo la morte di mio padre. Vivevamo gli uni per gli altri, ed ognuno aveva come preoccupazione principale quella di far felice gli altri membri della famiglia. Soprattutto non mi scordo di mia madre. Era sempre molto occupata per tutto il giorno. Nonostante ciò, quando si faceva sera, aumentava il ritmo della sua attività allo scopo di esser pronta ad accogliere nostro padre. Allora non riuscivo a capire. Sorridevamo e ridevamo un po’ di lei, a volte prendendola in giro. Ora mi rendo conto di quanto fosse grande e delicata la tenerezza che aveva per lui. Non aveva importanza quello cha avesse da fare: era sempre pronta ad accoglierlo con tutto l’affetto. Sì, mia madre era una santa donna. Cercava di educare i suoi figli all’amore di Dio e del
 prossimo. Faceva ogni sforzo affinché crescessimo uniti e amassimo Gesù. Era lei stessa che ci preparava alla Prima Comunione. Fu la nostra stessa madre che ci insegnò ad amar Dio al di sopra di tutte le cose”. Lo Spirito di Gesù, in Madre Teresa di Calcutta e l’espressione Suo negli altri membri della famiglia, corrisposta all’amore tra i componenti della famiglia e tra la famiglia e gli altri, era l’energia vitale che alimentò per tutta la sua vita la sua attività in servizio dei più bisognosi, più poveri, gli abbandonati e le persone invisibili dallo Stato e dalle società.


Nei suoi ricordi, lei descrive i momenti più importanti della sua educazione e della sua vocazione della fede in Gesù che, la portarono a prendere le decisioni che erano le risposte delle “chiamate dentro la chiamata: ”Ero ancora molto giovane-avevo solo dodici anni- quando, in seno alla mia famiglia, provai per la prima volta  il desiderio di appartenere completamente a Dio.
Ci riflettei sopra, nella preghiera, per sei anni.
A volte, avevo l’impressione che la mia vocazione non esistesse.
Tuttavia, sarebbe giunto il momento in cui mi convinsi che Dio mi chiamava.
Fu la Madonna di Letnice che, intercedette per me, e mi aiutò a scoprire la mia vocazione.
Nei momenti di incertezza riguardo alla mia vocazione, ci fu un consiglio di mia madre che si dimostrò molto utile.
Mi diceva spesso:
“Quando accetti un compito, portalo a termine con gioia. Altrimenti non accettarlo.”
Una volta chiesi consiglio al mio direttore spirituale riguardo alla mia vocazione.
Gli domandai:
“Come posso sapere che Dio mi chiama e a che cosa mi chiama?”.
“Lo saprai dalla tua felicità interiore. Se ti senti felice all’idea che Dio ti chiama per servire Lui e tuo prossimo, quella sarà la prova della tua vocazione. La profonda letizia del cuore, è come una bussola che indica il sentiero da seguire nella vita. Dobbiamo seguirla, perfino quando questa bussola ci conduce per un cammino disseminato di difficoltà.”
 


LA MIA APPARTENENZA A CRISTO.
Nel 1948, dopo vent’anni di permanenza in India, optai per un contatto più stretto con i poveri più poveri.
Per me si trattò di una chiamata speciale, a rinunciare a tutto, per appartenere interamente a Gesù.
Accade un giorno, mentre mi stavo recando a Darjeeling per gli esercizi spirituali.
Sentii una chiamata all’interno della mia vocazione.
Sentivo che Dio voleva qualcosa di più da me.
Per me, il suo messaggio era chiaro: dovevo lasciare il convento e lavorare con i poveri vivendo in mezzo a loro.
Sapevo dove mi si chiamava; ignoravo come arrivarci.
Dio voleva che io fossi povera con i poveri e che lo amassi sotto le dolorose sembianze dei Poveri più poveri.
Potei contare sulla benedizione dell’obbedienza.
Una volta esposto il mio caso alle superiore della Congregazione e all’arcivescovo di Calcutta, essi si resero conto che si trattava della volontà di Dio, che era Dio a volerlo.
Scrissi alla mia superiora generale dicendo che Dio mi chiamava a Sé mediante il servizio dei poveri più poveri dei suburbi.
Ottenni così una benedizione: la benedizione dell’obbedienza.
Il mio amore per Cristo si era approfondito in virtù di quel gran sacrificio. Questo è il motivo per cui parlo di una “chiamata dentro la chiamata”.
La mia vocazione non fu altro che un prolungamento della mia appartenenza a Cristo e del mio essere soltanto sua”.


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11/02/2010 00:27




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